Inizio (Home) > News & Info > 15/12/1960 Giovedì 23 marzo 2017
 

Atto inaugurale: Sermo del Card. Parente


 
 
 
 
PAMI

Sermo Academicus

Mons. Pietro Parente

 

 

 

 

 

Al disopra delle crisi e degli smarrimenti, delle ansie e delle agitazioni, che caratterizzano il mondo d'oggi, si diffonde sempre più viva la luce di una stella, in cui il mistero dell'uomo s'incontra col mistero di Dio. In questi giorni la Chiesa la saluta con voce antica e sempre fresca: «Tota pulchra es, Maria»! Neppure gl'increduli riescono a sottrarsi al suo fascino. Accanto a una rinnovata devozione si è venuta sviluppando una Teologia copiosa e approfondita, che richiama e supera le belle pagine di Cirillo Alessandrino, il prota­gonista del Concilio di Efeso (431), dove il Magistero solenne della Chiesa suggellava la grandezza incomparabile della maternità divina di Maria col tradizionale termine «Theotócos».

Il canto a Maria si accese fin dai primordi nelle sobrie testi­monianze dei Padri più vicini agli Apostoli, sulle grezze pareti delle Catacombe, nei primi accenti della liturgia. Ma non si può ne­gare che la crisi nestoriana tra il IV e V secolo e la sua soluzione nel Concilio Efesino, suscitarono una primavera mariana, che pro­rompe dalle strofe alate di Efrem Siro, si espande nelle calde medi­tazioni e discussioni del V e del VI secolo e si ripercuoterà fino a tutto il Medioevo risolvendosi in Teologia, liturgia e arte meravi­gliosa. Si pensi a S. Bernardo, a Jacopone, a Dante, al B. Angelico.

La vigorosa ripresa dei tempi nostri trova la sua spiegazione in due atti solenni del Magistero della Chiesa, accompagnati dai due prodigi di Lourdes e di Fatima: la definizione dommatica dell'Im­macolata Concezione con la Bolla Ineffabilis di Pio IX e la definizione dommatica dell'Assunzione con la Costituzione Apostolica Munifi-centissimus di Pio XII.

Tutto questo movimento di pensiero e di sentimento trova la sua spontanea espressione in una frase che oggi risuona spesso: «È l’ora di Maria». Ma lo spirito universalistico e comunitario del secolo nostro ha suggerito la fondazione di un'Accademia Internazionale Mariana, destinata ad approfondire, tutelare e disciplinare la Mariologia nelle sue ricchezze teologiche e nelle sue manifestazioni liturgiche. Si deve all'Ordine Francescano e in particolare all'anima ardente e adamantina di P. Balic (in cui c'è qualche cosa della tenacia dalmata di S. Girolamo) se questa Accademia è sorta ed è stata coronata dall'au­gusta approvazione del Sommo Pontefice, Giovanni XXIII, che l'ha affidata all'alta protezione dell'E.mo Card. Ottaviani, Segretario del S. Uffizio.

L'Accademia, che accoglie spiriti eletti da ogni paese del mondo, è erede di un immenso patrimonio accumulato dalla riflessione teo­logica di venti secoli, ma non è chiamata a vivere soltanto di ren­dita; essa ha il compito, come tutta la Teologia, di ripensare il patri­monio ereditato per una presa di possesso più cosciente e svilupparne le ricchezze per ulteriori conquiste. Nonostante l'immutabilità del domma, la Teologia cristiana non è ristagno, ma è crescita fe­conda alla luce del Magistero della Chiesa. La verità rivelata è una miniera inesauribile per la mente e per il cuore dell'uomo. L'Acca­demia Mariana ha dunque davanti a sé un immenso campo di lavoro per difendere, approfondire, sviluppare e valorizzare la Mariologia come scienza sacra e come fonte di sana pietà e di vita sopranna­turale. C'è anzitutto da sbarazzare il terreno di non pochi pregiudizi attecchiti fuori e dentro l'ambito del Cattolicismo. Si sa che milioni di fratelli separati, che pur si gloriano del segno di Cristo Reden­tore, rigettano il culto di Maria, riducendo la Madre di Dio al li­vello delle madri degli uomini. Uno dei motivi di dissidio tra Prote­stanti e Cattolici è proprio la diversa concezione di Maria e della sua missione. Ma il peggio è che alcuni Cattolici, anche Teologi, per il timore di accentuare la divisione tra noi e i fratelli separati, si adoperano a mutilare la Mariologia e a contenerla in confini ben ristretti. Si sono così determinate due correnti fra i Teologi: quella minimista, che attenua e depaupera, e, per reazione, quella massi­malista, che amplifica senza riserve.

Come sempre, la migliore è la via media, che va difesa e conso­lidata con sani argomenti teologici e più ancora con una vagliata documentazione storica, patristica ed esegetica.

Quanto al timore di rendere più difficile il ritorno dei fratelli separati, ricordiamo anzitutto che qualche setta protestante ha co­minciato ad accettare una forma di culto mariano; e poi che nella storia e nella liturgia della Chiesa è presente la persuasione che Maria esercita il suo materno patrocinio e la sua potenza a tutela della verità e dell'integrità della fede contro le eresie e gli scismi e a risanamento delle ferite del Corpo Mistico di Cristo. C'è dunque da credere che il pensiero e la devozione mariana, nel clima ecu­menico che prelude al prossimo Concilio, non sono uno scoglio ma piuttosto una via aperta e un efficace stimolo per quelli che cercano la vera Chiesa.

Ad evitare ogni estremismo giova presentare in sintesi luminosa la Teologia Mariana.

Ma si potrebbe obiettare subito se e come sia possibile parlare di una Teologia di Maria Vergine.

Certo Teologia è anzitutto scienza di Dio; ma siccome l'uni­verso è creatura di Dio e da Lui dipende nell'essere e nell’agire, per la sua origine e per il suo ultimo fine, è valida la definizione classica della Teologia come scienza di Dio in sé stesso e delle crea­ture nel loro intrinseco rapporto con Dio. Un autore moderno, il Thils, ci ha regalato una Teologia delle realtà terrestri. Se dunque ogni creatura rientra nella visione teologica del mondo, è più che giustificata una Teologia Mariana. Perché nessuna creatura gode di un rapporto così intimo con Dio come Maria; il titolo di questo suo singolare rapporto è la sua Maternità, che ha come termine il Verbo Incarnato, il Figlio di Dio fatto Uomo.

Bisogna studiare a fondo questo rapporto, da cui scaturisce tutta la grandezza sovrumana di Maria, tutto il complesso dei suoi incom­parabili privilegi. L'Incarnazione si è attuata per virtù divina nel seno purissimo di Maria, la quale, senza concorso di uomo, sotto l’azione ineffabile dello Spirito Santo, concepisce e da alla luce Gesù, cioè il Figlio di Dio umanato. Termine della generazione non è la natura astratta, ma la persona sussistente nella natura. Ma Gesù non è che la persona del Verbo, la quale sussisteva ab aeterno nella identica natura divina del Padre e dello Spirito Santo, e nel mo­mento dell'Incarnazione comincia a sussistere anche nella natura umana. Nessun cambiamento nel Verbo, ma una relazione reale della natura umana assunta al Verbo e non viceversa. La Vergine presta la materia, che insieme con l'anima creata da Dio costituisce la umanità di cui il Verbo si riveste. Ma il rapporto tra il Verbo e l'umanità così assunta non è accidentale come la veste per l'uomo o il tempio per Dio che vi abita. Questa fu la fatale tentazione di Nestorio, il quale finiva per scindere l'unità ontologica e personale di Cristo in due soggetti: l'uomo con Dio, non l'Uomo-Dio.

La Chiesa, al Concilio di Efeso, intuì nel Nestorianesimo il pericolo gravissimo di fare di Cristo un semplice uomo nato, come altri uomini, da Maria e favorito del privilegio di ospitare Dio. La profonda definizione del Concilio di Efeso, prevenuta dal grande Cirillo d'Alessandria, mette a fuoco il mistero dell'unione ipostatica, affermando energicamente l'«unione fisica» cioè ontologica, reale della natura umana con la Persona del Verbo, sicché Gesù Cristo risulta una sola Persona (quella del Verbo) sussistente in due na­ture, la divina e l'umana.

La Teologia posteriore ha approfondito sempre più questo dom­ina, che insieme con la definizione del Concilio di Calcedonia (451) racchiude tutto il mistero dell'Uomo-Dio, ed è arrivata con S. Tommaso a tradurre l'unità ipostatica di Cristo in unità di essere: in Cristo c'è unità di Persona perché c'è unità di essere. L'Incarnazione va intesa nel senso di una ineffabile comunicazione dell'essere personale del Verbo alla natura umana assunta dal seno di Maria. Quella natura non ha la sua personalità né il suo essere esistenziale proprio, ma sussiste in forza dell'essere stesso del Verbo e però si personifica in Lui, come commenta S. Tommaso: «Illud esse aeternum Filii Dei, quod est divina natura, fit esse hominis, inquantum humana natura assumitur a Filio Dei in unitatem Personae» (S.Th., III, q. 17 a. 2 ad 2). La Vergine entra in questa sfera misteriosa dell'unione ipostatica con tutto il suo contributo morale e fisico: nel colloquio con l'Angelo Maria si offre coscientemente all'azione ineffabile di Dio col suo libero fiat e Dio opera in Lei il prodigio della concezione verginale del Verbo: «Spiritus Sanctus superveniet in te et virtus Altissimi obumbrabit tibi, ideoque et quod nascetur ex te Sanctum, vocabitur Filius Dei» (Lc 1, 35).

Questa inserzione di Maria nella sfera divina è altrettanto vera, teologicamente fondata, quanto sconcertante. S. Tommaso, così cauto e sobrio nelle sue elucubrazioni teologiche, non esita a scrivere (S. Th., I, q. 25 a. 6 ad 4): «Beata Virgo, ex hoc quod est Mater Dei, habet quamdam dignitatem infinitam ex bono infinito, quod est Deus»! È vero, dopo l'Umanità di Cristo (che del resto quanto alla carne deriva da Maria) non c'è al mondo cosa più grande e più vicina a Dio di questa Donna meravigliosa; più vicina anche degli Angeli, perché il vincolo dell'Angelo a Dio è rapporto di effetto alla propria causa; il vincolo di Maria è rapporto di Madre a Figlio.

Ma c'è di più. Da duemila anni l'Umanità di Cristo fatta di carne e sangue, come la nostra, è unita al Verbo, sussiste nella Persona del Verbo, vive della vita e dell'influsso del Verbo. E sarà così per tutta l'eternità. Prima dell'Incarnazione Dio era Padre, Fi­glio e Spirito Santo, una sola natura in tre Persone di una spiritualità trascendente; dopo l'Incarnazione bisogna dire ancora che Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo, ma il Figlio è Incarnato, cioè conserva a sé unita inscindibilmente l'Umanità assunta. E allora si può pensare che in seno alla Trinità palpita e palpiterà in eterno un cuore umano. Quel cuore ha avuto origine da Maria, la quale perciò s'inserisce in qualche modo nella struttura vitale del Dio Uno-Trino. Hanno ragione alcuni Teologi di chiamare Maria «complementum Trinitatis». Siamo al vertice di tutta la realtà naturale e soprannaturale. E a questa altezza va dimensionata la grandezza di Maria diventata, per la sua Maternità, simile a un ponte incande­scente tra due abissi: il mistero della Trinità e il mistero dell'In­carnazione.

Ma non è ancor tutto.

Le opere di Dio non sono né casuali né frammentarie, ma ri­spondono a un disegno organico degno della sua infinita Sapienza.

La creazione del mondo era una epifania divina, che nel ritmo del tempo rifletteva il diagramma della vita intima di Dio: un principio dell'essere finito, che richiama il Padre; una realizzazione d'idee archetipe, che si ricollegano al Verbo «per quem omnia facta sunt», il fremito della finalità, che è ritorno al Creatore e rivela in certo modo l'azione dello Spirito Santo, Amore. Al centro dell'universo Dio aveva creato l'uomo perché desse una coscienza all'armonia delle cose e ne elevasse la voce come una preghiera con gesto sacer­dotale.

Il peccato ruppe l'armonia e sembrò uno scacco dato da Satana al mirabile disegno di Dio. Ma Dio stroncò l'insidia diabolica nello stesso giorno della caduta dei nostri progenitori, preannunziando oscuramente l'Incarnazione: «Inimicitias ponam inter te et mulierem, et semen tuum et semen illius: ipsa conteret caput tuum» (Gen 3, 15). Il disegno di Dio si allarga e si potenzia; l'Incarnazione sarà una seconda creazione, in cui gareggeranno l'onnipotenza, la sapienza e l'amore per rovesciare con divina ironia l'opera di Satana: alla donna fatta strumento dello spirito delle tenebre per la rovina dell'umanità, succederà una Donna strumento di Dio per la salvezza degli uomini; e questa Donna schiaccerà per mezzo di suo figlio il capo del serpente. All'albero che offrì il frutto di morte succederà la Croce, albero di risurrezione e di vita.

Quando venne la pienezza dei tempi, Dio mandò il suo Figlio Unigenito, nato dalla Donna, per redimere e salvare il mondo.

S'inaugura così la vicenda del Verbo Incarnato, che irrompe e s'inserisce nella storia dell'umanità attraverso il seno verginale di Ma­ria, che accanto al suo Gesù entra nel disegno meraviglioso della restaurazione dell'uomo e dell'universo.

In tal modo al titolo di Madre di Dio la Vergine Maria aggiunge quello di «Socia Christi», che ha il suo solido fondamento nei Padri della Chiesa. Gli Apologisti del II secolo (Giustino, Tertulliano, più ancora Ireneo) sviluppano con insistenza il parallelismo tra i due binomi: Eva-Adamo e Maria-Cristo. La prima donna associata al primo uomo contribuisce con esso realmente alla rovina del genere umano; Maria associata a Cristo coopera realmente alla restaurazione: Eva «causa mortis», Maria «causa salutis» (IRENEO, Adv. haer., III, 22).

Alla luce di questo principio si dischiude l'orizzonte immenso della Redenzione, dove accanto alla figura umano-divina di Gesù si profila costantemente la figura di Maria «Socia Christi». In un pri­mo settore di questo orizzonte si svolge la vita terrestre del Reden­tore con le sue varie fasi da Betlem a Nazaret, dalla Galilea alla Giudea, fino all'ora tragica del Calvario, all'alba della Risurrezione, alla gloria finale dell'Ascensione.

Nei momenti più solenni e più densi di mistero, Maria è a fianco a Gesù; soprattutto è notevole la sua presenza accanto alla Croce per dividere col Figlio diletto il martirio più atroce e più decisivo per la storia dell'umanità.

Le sobrie testimonianze dell'Evangelo sono integrate e ampliate dalla divina tradizione, di cui son testi i Padri, la liturgia e l'archeo­logia, ed è organo il Magistero vivo della Chiesa. Dalla attenta ri­flessione su questi venerandi documenti scaturisce spontaneo il con­cetto di una presenza operante di Maria in tutta l'azione redentrice di Cristo, il che non può spiegarsi in modo casuale, ma solo nella luce di un disegno divino. Maria dunque, secondo il pensiero e la volontà di Dio, entra nel piano dell'Incarnazione e della Reden­zione insieme e vi entra non con la semplice presenza, ma con una funzione che importa una partecipazione attiva.

Ma l'opera della Redenzione non è un fatto storico circoscritto nel tempo e nello spazio; anzi è un atto che deve perpetuarsi nei secoli, finché c'è sulla terra una sola anima da salvare. Per questo Gesù Cristo ha fondato la Chiesa, che è continuazione dell'Incarna­zione e della Redenzione, cioè presenza operante del mistero di Cri­sto in seno all'umanità. La Chiesa riproduce nella sua struttura e nella sua intima vitalità il teandrismo del suo Fondatore e però ha un aspetto umano, terreno e un aspetto divino, trascendente. S. Paolo ha racchiuso tutta questa ricchezza umano-divina nell'espressiva im­magine del Corpo Mistico, che sarà oggetto di profonda medita­zione presso i Padri, specialmente da parte di S. Agostino. Questa grande anima, sulle traccie di S. Paolo, vede in Cristo una Persona fisica, storica, che ha vissuto sulla terra ed è morta sul Calvario; e vede in Lui una Persona mistica, un organismo vivente che ha per Capo il Cristo storico e per membra gli uomini che mano mano ade­riscono a Lui con la fede e l'amore.

Tale organismo, che S. Agostino chiama il Cristo mistico, il «Christus totus», coincide in concreto con la Chiesa che continua la vicenda del Verbo Incarnato attraverso i secoli. Questa identi­ficazione misteriosa della Chiesa con Cristo manifesta tutta l'am­piezza del mirabile disegno di Dio, che abbraccia tutta la storia della umanità, dall'Eden alla fine del mondo. In esso giganteggia la figura di Cristo, ma ancora una volta è accanto a Lui la Madre, Maria. Le parole di Gesù morente a Giovanni «Ecce Mater tua» e la presenza di Maria nel Cenacolo quando lo Spirito Santo discese sugli Apostoli per iniziare la missione della Chiesa, stanno a dimostrare che oltre alla Maternità fisica divina compete alla SS. Vergine una Maternità spirituale che si estende a tutti gli uomini.

S. Pio X (Ad diem illum, 1904), facendo eco alla voce della tra­dizione conferma che nel seno materno di Maria sono stati concepiti insieme Cristo e il suo Corpo Mistico. In questo Corpo misterioso, che è la Chiesa, c'è l'Eucaristia che realizza la presenza di Cristo come Pane di vita per le membra. Ma l'Eucaristia, come Sacra­mento del Corpo e del Sangue di Nostro Signore, appartiene anche essa a Maria, che ha dato al Verbo Corpo e Sangue.

Raccogliendo e ordinando le fila di questa complessa trama, in­tessuta dalla Sapienza e dall'Amore di Dio, possiamo dire che tutta la storia del mondo e dell'uomo in rapporto col Creatore si può paragonare a due coni luminosi, che si toccano all'apice. Il primo va dalla creazione al momento dell'Incarnazione del Verbo ed è una convergenza di uomini e di cose, di pensieri e di sentimenti, di ansie e di aneliti verso Cristo Redentore. Il secondo cono va dall'Incarna­zione alla fine del mondo ed è irradiazione di Cristo, che conquista laboriosamente le anime per riportarle al Cuore di Dio da cui sono uscite.

Dio ha pensato fin dall'eternità questo immenso itinerario in cui si alternano luci e ombre, vittorie e sconfitte con la prospettiva della parusia finale dell'Uomo-Dio, che trionferà finalmente su Sa­tana e sul suo regno di tenebre, di peccato e di morte.

Ma sulla scia luminosa di Cristo, da un capo all'altro dell'im­menso itinerario, procede Maria. La liturgia della Chiesa le attri­buisce arditamente quanto la S. Scrittura dice della Eterna Sapienza: «Dominus possedit me in initio viarum suarum, antequam quidquam faceret a principio». Maria preesisteva con Cristo nella mente divina. E nell'Apocalisse, ultima parola della rivelazione, risplende la visione della Donna vestita di sole, coronata di stelle.

Maria segue la vicenda di Cristo come il satellite segue il suo astro. Cielo e terra si avvicinano per incontrarsi in Cristo, Mediatore di pace tra creatura e Creatore, che discende tra gli uomini e si fa loro compagno di viaggio nell'ascesa verso la patria celeste.

Maria in forza della sua Maternità fisica divina partecipa alla discesa del Verbo nell'Incarnazione; in forza della sua Maternità spirituale partecipa al movimento ascensionale dell'umanità redenta in Cristo. Sulla prima linea Maria dice rapporto al Cristo reale, storico; sulla seconda dice rapporto al Cristo Mistico, che è poi la Chiesa come continuazione dell'opera redentrice.

Da questa considerazione derivano i due aspetti della Mariologia tanto discussi dai Teologi moderni: l'aspetto cristologico e l'aspetto ecclesiologico, che si integrano e si compenetrano a vicenda. Maria, la Theotókos, ci da il Verbo Incarnato, il Cristo Redentore, di cui divide la sorte fino al Calvario e alla Risurrezione. Maria, fatta Ma­dre degli uomini, sintetizza tutto il Corpo Mistico, che è la Chiesa e insieme con essa rigenera gli uomini a contatto con Cristo e li avvia alla comunione vitale con Dio, santità sulla terra e vita eterna nel cielo.

Tale la grandiosa visione del disegno di Dio sul destino dell'uomo e del mondo. Disegno meraviglioso che culmina in Cristo Mediatore di salvezza, ma è avvivato dalla presenza di una Donna, Vergine e Madre.

Questo quadro immenso, che serra tutto il mistero di Dìo e dell'uomo, pone ai Teologi problemi delicati e gravi intorno alla persona e alla missione di Maria, che sono riflessi del problema di Cristo.

Il primo che s'affaccia alla mente è di carattere umano e psico­logico; perché Dio ha voluto associare così intimamente a Cristo Redentore una Donna? Il Verbo avrebbe potuto assumere una natura umana senza concorso di uomo o di donna; e allora sarebbe stato un solo miracolo. Invece ha dovuto moltiplicare i miracoli per nascere da Maria: esenzione dal peccato originale, verginità assoluta nel concepimento, nel parto e dopo il parto. Perché seguire questa via più complessa?

I  Padri rispondono: perché Gesù fosse partecipe dell'umanità esistente e delle sue condizioni concrete, per essere «primogenitus inter multos fratres» e somigliare ai fratelli in tutto, fuorché il pec­cato (S. Paolo). Ma c'è un motivo più profondo. L'Incarnazione è opera di amore ed era conveniente che si attuasse per mezzo di una Donna elevata a una Maternità singolare, degna di Dio. Il Verbo, generato ab aeterno dal Padre, è concepito e generato secondo la natura umana da una Madre, senza concorso d'uomo. Gesù, in quanto Uomo, è figlio esclusivamente di sua Madre, come non si può dire di nessun uomo. C'è qui l'esaltazione più sublime della donna, quasi a rivendicarne la dignità compromessa da Eva, e c'è la delicatezza della femminilità materna che profuma tutta l'opera della Redenzione.

Il destino e la storia dell'umanità sono legati alla donna: Dio ha voluto sancire questa legge inserendo Maria Vergine e Madre nell'orbita della restaurazione dell'uomo e dell'universo. Al Padre Celeste si arriva più facilmente attraverso il cuore di una Madre.

Ma la Teologia sempre inquieta, come la fede che l'alimenta, ha problemi ancora più gravi da affrontare e risolvere sul terreno mariologico. Il più assillante è quello della natura della cooperazione di Maria alla Redenzione attuata da Gesù Cristo, suo figlio. Tutti son d'accordo nel riconoscere che Maria ha contribuito alla nostra salvezza dando al mondo il Salvatore (cooperazione remota); inoltre si concede facilmente che Maria contribuisce alla salute delle anime, alla vita della Chiesa con la sua potente intercessione presso Dio (cooperazione soggettiva).

Ma se si pone la questione di una cooperazione immediata e oggettiva, cioè se si tende a concedere a Maria una partecipazione all’opera redentrice di Cristo nel senso che Ella vi abbia concorso con qualche cosa di proprio sicché debba dirsi causa insieme con Cristo dei frutti della Redenzione, allora i Teologi non sono più d'accordo.

Ci sono quelli che negano questa tesi per timore di derogare alla dignità del Redentore, che S. Paolo (1Tim 2, 5) presenta come unico Mediatore tra Dio e gli uomini. Quelli poi che ammettono la tesi della cooperazione immediata e oggetti va, tentano vie diverse per spiegare il modo di tale cooperazione. Il problema è interes­sante, ma oscuro e difficile. Vi do un saggio della difficoltà. Maria è stata concepita senza peccato intuitu meritorum Christi (Pio IX, Ineffabilis) e cioè è stata redenta da Cristo in anticipo, in quanto Dio l’ha preservata dalla macchia originale in vista e in forza della azione redentrice del Verbo Incarnato. Ora come mai può dirsi che Maria operi insieme con Cristo alla Redenzione degli altri, mentre Essa stessa ha bisogno di essere redenta? Maria sarebbe redenta e redentrice insieme, il che ripugna. Tuttavia i Teologi non si scorag­giano, ma con sottili argomentazioni cercano di attenuare almeno l'asprezza del problema. Al Congresso Internazionale di Lourdes io ebbi l'onore e la gioia di esporre, alla presenza di centinaia di Teo­logi convenuti da ogni parte del mondo, una opinione che non è soltanto mia e che suscitò discussioni. Il contributo reale e oggettivo di Maria all'opera della Redenzione compiuta da Cristo, può bene inserirsi nello schema della causa strumentale. Nella nostra filosofia è noto che la causa efficiente si distingue spesso in principale e stru­mentale: l'efficienza di una causa può attingere l'effetto diretta­mente o per mezzo di uno strumento. In questo secondo caso l'azione strumentale deriva dalla causa principale e passando per lo stru­mento raggiunge il termine che è l'effetto; la causa strumentale, sotto l'azione della principale, concorre all'effetto sulla linea della specificazione in quanto dispone la materia in un modo o nell'altro secondo la propria forma. Così per esempio lo scrittore per espri­mere ad altri il suo pensiero può servirsi di vari mezzi, come la voce, la penna, la macchina da scrivere. L'espressione del pensiero come tale dipende esclusivamente dallo scrittore, dalla sua intelli­genza; ma la forma, il modo con cui quel pensiero viene espresso dipende dal mezzo usato dallo scrittore (penna, macchina, voce). Nell'effetto è possibile distinguere, almeno con la mente, la sua rea­lizzazione che proviene dalla causa principale (l'idea incarnata nel linguaggio) e l'impronta dello strumento (la vibrazione delle corde vocali, la stesura d'inchiostro). Scrittore e penna, pittore e pennello, scultore e scalpello riproducono lo schema della strumentalità mate­riale. Ma la strumentalità può svolgersi anche sul piano spirituale, come accade in un superiore che realizza la sua volontà per mezzo di quella del suddito.

Nella natura è tutto un intreccio di cause principali e strumen­tali. S. Tommaso approfondendo questo aspetto arriva alla formula­zione della celebre premozione fisica, per cui tutte le creature, non escluso l'uomo, sono subordinate come strumenti all'azione universale di Dio come causa principale. Questa azione di Dio investe e dinamizza tutto il creato determinandone il divenire, che è evolu­zione dell'essere e cioè conquista di perfezione secondo i disegni divini.

Nella sfera soprannaturale ritorna il motivo della strumentalità. Secondo il pensiero dei Padri e dei Teologi l’Umanità di Cristo è organo o strumento congiunto del Verbo ai fini della Redenzione. In altri termini il Verbo Incarnato produce la grazia redentrice at­traverso l'Umanità assunta e questa strumentalità salvifica si pro­lunga dall'Umanità di Cristo ai Sacramenti, strumenti per la pro­duzione o l'applicazione della grazia divina.

Nessuna difficoltà dunque a pensare che Maria, per la sua missione di «Socia Christi», s'inserisca nel quadro della causa stru­mentale. Essa va collocata tra l'Umanità del Verbo (che è sua) e i Sacramenti: l'azione salvifica del Figlio di Dio, unica causa effi­ciente principale della grazia, passa attraverso la natura umana as­sunta con l'unione ipostatica, attraverso Maria e i Sacramenti per raggiungere le anime e santificarle.

Questa spiegazione elimina molte difficoltà dalla opinione di quei Teologi che sostengono la partecipazione immediata e oggettiva della Madonna all'opera della Redenzione. Cristo come Dio è l'unica causa efficiente, realizzatrice della nostra Redenzione: Maria, come l'Umanità del Verbo, concorre quale delicato strumento del Figlio ai frutti della Redenzione, agendo subordinatamente a Lui sulla linea dispositiva, non sulla linea efficiente, realizzatrice del­l'effetto. Se si domanda a che cosa si riduce questo contributo reale di Maria, si può rispondere che mentre l'Umanità del Verbo confe­risce all'azione salvatrice di Dio una tonalità umana, Maria le con­ferisce una tonalità e una fragranza materna.

E allora ritorna più completo e più vivo il disegno divino per la restaurazione dell'uomo e dell'universo: in alto Dio Uno-Trino, più giù il Verbo rivestito della nostra carne, che lo rende nostro Fratello; attorno all'Umanità del Verbo Maria che l'ha apprestata e l'avvolge a guisa di un cerchio incandescente; poi i Sacramenti che costituiscono la trama vitale del Corpo Mistico. Bisogna riconoscere che l'attività di Maria è complessa: oltre l'aspetto di cooperazione strumentale per la produzione dei frutti della Redenzione (che è il più intimo e delicato), essa ha pure aspetti di contributo personale proprio sia fisico che morale. Tale il suo libero assenso e il suo apporto di donna all'Incarnazione; tale l'influsso della sua potente intercessione sul cuore del Figlio.

Dalla cooperazione strumentale all'azione del Redentore nasce la legittimità del titolo di Corredentrice senza equivoci, che a volte suona male a certe «piae aures». E se è legittimo il titolo di Cor­redentrice, lo è ugualmente, se non più, quello di Mediatrice.

Siamo così a un altro punto sensibilissimo della Mariologia. Alcuni non riescono a vedere come Maria possa invocarsi Mediatrice universale di salvezza, temendo di derogare, come già abbiamo ac­cennato, alla Mediazione di Cristo, unico Salvatore del mondo. Ma è un timore da scrupolosi. Ad eliminarlo basta riflettere attenta­mente su quanto si è detto della condizione, teologicamente provata, di Maria come Madre vera e Socia del Verbo Incarnato. Maria, ta­lamo cosciente dell'Incarnazione, partecipa realmente, secondo il disegno di Dio, alla Redenzione. Su questa linea cristologica di­scendente la partecipazione di Maria è sostanzialmente strumentale sicché quel che compete a Cristo, causa principale, compete anche alla Madre, causa strumentale sotto diversi aspetti. Fin qui la Me­diazione di Maria non apparisce una cosa a sé, ma è partecipazione della Mediazione stessa di Cristo.

Tale mediazione, che ha carattere ontologico, perché connessa con la Maternità fisica, viene integrata dalla Mediazione morale, connessa con la Maternità spirituale universale di Maria e si svolge sulla linea ascendente ecclesiologica, sotto forma d'intercessione, di «omnipotentia supplex», per dirla con i Padri della Chiesa.

La Mediazione di Maria intesa nella sua complessa integrità è una verità di fede, che la Chiesa vive da secoli pacificamente e che nel suo aspetto essenziale potrebbe essere oggetto di una definizione dommatica non meno di quanto è stata l'Assunzione. Io non sono di quelli che vorrebbero trasformare tutte le verità di fede in formule dommatiche: non è necessario. Ma se lo Spirito Santo ispirasse al S. Padre, per il prossimo Concilio o fuori di esso, il proposito di suggellare con la sua infallibile autorità una verità vissuta dalla Chiesa come quella di Maria Mediatrice, io ne godrei, in compagnia di milioni di anime, e non per motivi sentimentali, devozionali, ma per un motivo teologico di grande interesse sociale. Fin qui quel ch'è stato dommaticamente definito di Maria, dalla Concezione, alla Maternità, all'Assunzione, riguarda e glorifica Maria in se stessa o in rapporto a Dio. La Mediazione invece riguarda Maria in rapporto a noi, alla vita e alla missione della Chiesa nel mondo. La Mediazione ripresenterebbe Maria come la via regia per arrivare a Cristo Salva­tore e al Padre Celeste.

Per ravvivare e potenziare il messaggio evangelico di fronte a un mondo sviato e distratto, si deve presentare il Cristianesimo non come una idea astratta, ma come idea incarnata e operante in seno all'umanità, una idea-forza. Ora l'incarnazione dell'idea cristiana è r la Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, così intimamente legata con Ma­ria nella luce di una fecondità materna spirituale, che è sintesi del­l'Incarnazione e della Redenzione.

La Chiesa e Maria formano un clima incandescente in cui si rinnova, per mezzo dell'Eucaristia, il gesto dell'oblazione e della immolazione di Cristo per fare dei figli degli uomini i figli di Dio. In quel clima, tutto proprio del Corpo Mistico, brilla la Croce su cui sanguinano due mani ferite e un Cuore squarciato; accanto alla Croce si alzano a preghiera due mani verginali e palpita un Cuore di Madre, cui Dio ha assegnato la missione di riconciliare due figli: il crocifisso e il crocifissore! È tempo di concludere.

L'Accademia Mariana ci ha portati a una meditazione teologica, che è contemplazione del meraviglioso disegno di Dio sui destini dell'umanità sperduta. Il quadro è ricco di luce, ma presenta punti oscuri. All'Accademia il compito di chiarire questi punti che toccano particolarmente la Mariologia.

La Mariologia non distrae da Cristo, che resta il «centrum omnium cordium»; anzi aiuta a penetrare il mistero di Cristo che si riflette nel mistero di Maria e della Chiesa, Corpo Mistico. Il compito assegnato all'Accademia è eminentemente teologico, ma non solamente teologico. Non si vuole spegnere il fuoco della devo­zione mariana con la doccia fredda della discussione teologica, ma si vuole piuttosto corroborare la devozione, spesso deformata dal sen­timentalismo, riempiendola di una luce di verità, che è garanzia di elevazione e di vita soprannaturale.

Io credo che ai nostri giorni si vada maturando un preciso di­segno di Dio sempre sollecito di questo eterno figlio prodigo che è il genere umano.

Alla negazione di Dio è seguita la negazione di Cristo e della sua opera redentrice. Sembra che tutte le luci si spengano, mentre il messaggio evangelico è come la voce di Giovanni il Precursore «vox clamantis in deserto».

A salvare l'uomo la divina Sapienza ha realizzato l'Incarnazione del Verbo, che è Dio umanizzato, fatto nostro fratello. Questo gesto d'Amore infinito non basta ancora a richiamare tutti gli uomini al loro immortale destino. Dio ha riservato l'ultimo suo appello ai nostri tempi calamitosi, pieni di tremenda angoscia: questo appello è Maria, che chiama con ansia materna dai suoi Santuari, da Lourdes a Pompei, a Fatima. Maria è la voce di un Dio non solo umanato, ma quasi maternizzato.

Si può resistere alla voce di un Padre, di un Fratello, ma non si resiste alla voce di una Madre.

L'umanità smarrita ritornerà finalmente a Dio attraverso il Cuore di Maria.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
  
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